se non visualizzi correttamente questo messaggio, fai click qui

9 maggio 2011 - 5 Iyar 5771
linea
l'Unione informa
ucei 
moked è il portale dell'ebraismo italiano
 
alef/tav
linea
Riccardo Di Segni
Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma

"Il Signore, che sia benedetto, ha fatto tre buoni doni a Israele: la Torà, la terra d'Israele e il mondo futuro, e tutti e tre a prezzo di sofferenze" (Talmud Bavli, Berakhot 5a). Oggi, alla vigilia di Yom haAtzmaut, la festa per l'indipendenza dello Stato d'Israele, Israele si ferma per il giorno del ricordo dei caduti nelle sue guerre e delle vittime del terrorismo. Per una singolare coincidenza oggi in Italia è giorno della memoria delle vittime del terrorismo, dedicato quest'anno in particolare ai magistrati. Sono storie ed eventi per molti aspetti diversi e non comparabili. Ma certamente comune è l'impegno al ricordo e alla riflessione sul prezzo pagato per costruire una società migliore.

Anna
Foa,
storica

   
Anna Foa
Quando sento qualcuno che si lamenta dei prezzi dei libri, a volte anche dei libri meno costosi, devo ammettere che mi irrito sempre un po'. Di solito, quelli che si lamentano sono quelli con vestiti firmati, telefonini ultimo modello e via discorrendo. Ma per i libri, c'è l'idea che non si debba spendere. Che debbano essere gratis o quasi, un diritto insomma. Ma perché si deve spendere volentieri per andare a bere una birra quello che si spende borbottando per un libro? Dico questo per segnalarvi, sull'ultimo numero di Pagine Ebraiche, l'appello a sostenere il giornale, ad abbonarsi. E' giusto sostenere il giornale degli ebrei italiani, coinvolgersi insomma in questa impresa. E' un bel giornale, che merita di avere dei lettori che si sentano parte del giornale. In realtà, lo sapete, tutto quello che ci arriva gratis, che ci viene messo in mano all'angolo di una strada, non lo prendiamo mai troppo sul serio. Ben lo sapeva il vecchio Freud, che con questo argomento ha teorizzato la necessità che l'analisi fosse a pagamento. E allora, è ora di fare un abbonamento e di cominciare a prendersi sul serio!       
torna su ˄
davar
Qui Roma - Omaggio ai caduti per la Libertà
davar 1La sirena ha suonato per un minuto, nel cortile del Palazzo della Cultura, nel quartiere ebraico di Roma nel giorno in cui si ricordano i 22.867 caduti nelle guerre e operazioni militari che hanno marcato i primi 63 anni di indipendenza dello Stato di Israele e assieme a loro i 2.443 civili vittime del terrorismo. Raccolti in silenzio i ragazzi delle scuole ebraiche insieme alle molte personalità intervenute fra cui molti membri del nuovo Consiglio della Comunità ebraica della Capitale, il presidente Riccardo Pacifici e Ruth Dureghello, assessore alle scuole, oltre ai consiglieri Bruno Anav, Guido Coen, Joseph Di Porto, Jaques Luzon, Massimo Misano, Claudio Moscati, Giacomo Moscati, Livia Ottolenghi, Toni Spizzichino, Serena Terracina, Angelo Sed, omonimo e nipote di “Momo”, il giovane soldato che perse la vita in Libano, oltre a Livia Link consigliere per gli affari pubblici e politici dell'ambasciata di Israele.

davar 1Subito dopo il saluto dell'addetto militare israeliano Yehu Ofer, i ragazzi hanno intonato un canto di celebrazione mentre a recitare l'Izkor è stato il rav Benedetto Carucci Viterbi, preside della scuola. A prendere la parola subito dopo Vito Anav, presidente dell'associazione Olei Italia e Riccardo Pacifici, che ha sottolineato l'importanza della celebrazione dello Yom ha Zikaron con gli studenti delle scuole ebraiche.
Il soldato israeliano Yuval Gimshi ha raccontato la sua esperienza in Tsahal.
Questa sera alle 20 al Tempio Maggiore il suono dello Shofar segnerà il momento di inizio dei festeggiamenti per celebrare il sessantatreesimo anniversario dell'Indipendenza dello Stato di Israele. .

Qui Ferrara - Pagine e voci per la cultura ebraica
festa libroLe sfide di Israele tra Occidente e Oriente, il segreto dei Giusti, storia e memoria ebraica, ebrei e fascismo. Molti i filoni ricchi di interesse affrontati nel corso della seconda giornata della Festa del libro ebraico di Ferrara.
Incontri con l’autore, inaugurazione di mostre, dibattiti serrati sui grandi temi dell’ebraismo: ampia e articolata la programmazione domenicale di questa seconda edizione del festival, gratificato da una significativa presenza di appassionati accorsi da tutta Italia nella città emiliana. Appassionati che hanno popolato sin dalle prime ore del mattino il Chiostro di San Paolo e le altre strutture coinvolte nell’iniziativa tra cui il Palazzo dei Diamanti dove è stata inaugurata, alla presenza di molte centinaia di addetti ai lavori e comuni cittadini, la mostra Meis: architetture per un museo in cui sono esposte tutte le proposte progettuali realizzate per il nascituro Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah che avrà sede nell’ex comprensorio carcerario di via Piangipane.
Ad animare il dibattito e proporre al pubblico argomenti di grande interesse una serie di incontri con l’autore coordinati da Shulim Vogelmann. Tra gli ospiti David Meghnagi, Franco Perlasca, Luca Zevi e Gabriele Nissim, che ha presentato il suo nuovo "La Bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti". Shemuel Lampronti, Sharon Reichel e Victor Robiati Bendaud dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia hanno invece invitato alla lettura di Zakhor, Storia ebraica e memoria ebraica, capolavoro della storiografia ebraica per lungo tempo scomparso dagli scaffali e adesso nuovamente in libreria grazie a Giuntina. Grande partecipazione poi al dibattito Ebrei e fascismo che nel pomeriggio ha visto confrontarsi sui molti risvolti del tema Simon Levis Sullam, Mario Avagliano, Alberto Burgio, Valerio De Cesaris e il segretario generale dell’UCEI Gloria Arbib con il suo fraschissimo di stampa "Italiani assieme agli altri" dedicato agli ebrei italiani che combatterono per la libertà nelle fila della Resistenza. Lungo tutta la giornata momenti di confronto sulle sfide di una identità e tradizione millenaria, ciclopedalate nei luoghi del Ghetto e di Giorgio Bassani, sessioni di intrattenimento musicale e artistico, hanno scandito una grande giornata di festa dedicata alle mille declinazioni della cultura ebraica.
Oggi, per l'ultima giornata di festival, fra i numerosissimi appuntamenti in programma anche lo straodinario incontro con Arnoldo Foà e Teddy Reno. Entrambi protagonista di una grande stagione di spettacolo e di musica ed entrambi lungamente intervistati per i lettori del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche.




Teddy Reno: “Ero braccato, la voce mi ha salvato la vita

teddy renoUna chiamata fuori dalla cella poteva essere il segno della fine. Fuggito nel Ferrarese dalla sua città, braccato come ebreo, rinchiuso nel penitenziario di Codigoro nel dicembre del 1944, la confusione dei mesi che precedettero lo sfondamento da parte degli Alleati della linea Gotica aveva fatto finire quel ragazzo alla soglia dei 18 anni fra i detenuti comuni. Ma quanto sarebbe durata? In quel giorno freddo e cupo la differenza fra la vita e la morte era un soffio e infatti si rivelò tale. Spinto nei corridoi dai brigatisti neri, cacciato in uno stanzone, quel ragazzo capì allora che cantare può segnare una vita e anche salvarla. Su un palcoscenico improvvisato e malamente illuminato gli dissero di intonare qualcosa. Di fronte a lui giovani feroci e disperati, ormai consapevoli di come sarebbe finita la guerra sbagliata che avevano combattuto e di come molti sarebbero stati chiamati a pagare per i crimini commessi sulla popolazione civile. Se siamo qui a parlarne, sospesi quasi settant’anni dopo nella luce sfavillante del monte Generoso e della valle di Muggio, in un sereno rifugio elvetico arrampicato sopra Chiasso, subito al di là del confine con l’Italia, è perché quella di Teddy Reno, divo degli anni ruggenti della ricostruzione, cantante, industriale discografico e scopritore di talenti, fu una storia a lieto fine.
Cosa si prova a passare dal terrore alla salvezza?
Evidentemente sollievo – risponde serio – ma vorrei dire che in quei giorni vidi giovani della mia età cui vennero da un momento all’altro i capelli bianchi. Eravamo ricercati, sfuggiti da Trieste e rifugiati in campagna grazie alle conoscenze di mio padre, l’ingegner Giorgio Merk, direttore generale delle industrie Arrigoni che da quelle parti avevano uno dei tanti stabilimenti. In quei mesi terribili si doveva solo sparire e attendere. Mia madre, ebrea, era ammalata e miracolosamente scampò alle ricerche. Mio padre e io infine fummo tratti in arresto come sospetti. I brigatisti neri mi costrinsero a cantare quello che potevano ascoltare i giovani nella Repubblica sociale, Lili Marlene, Camerata Richard, Vento portami via con te. Ero terrorizzato, non so dove ho trovato le forze. Il mio debutto fu la mia salvezza, mi salvò la vita. E da allora salire su una scena non mi ha più fatto paura.
Perché le chiesero di cantare?
Mi avevano sentito durante l’ora d’aria, quando i detenuti potevano allontanarsi un minimo dalla cella. Cantavo per ingannare il tempo, per non impazzire. Mi mancava da morire la radio clandestina che usavo per imparare l’inglese e per sapere cosa accadeva nel mondo libero. Quando vennero a prenderci ero riuscito per miracolo a far sparire tutti i miei appunti sugli orari dei programmi preferiti. E in carcere gli altri detenuti, molti erano dei semplici delinquenti comuni fra i quali cercavamo di mimetizzarci, mi battevano le mani. Pochi giorni dopo eravamo miracolosamente liberi, nella confusione generale eravamo riusciti a tornare nel nostro rifugio in campagna. Tornai a cantare solo quando vidi il primo soldato inglese. La fine della guerra offrì ai sopravvissuti l’occasione di partecipare a una stagione densa di speranze. Finito il conflitto rientrammo a Trieste. La città che aveva lungamente sofferto ed era rimasta sotto la diretta dominazione tedesca tornava alla vita, affrontando un incredibile decennio di amministrazione angloamericana e tornava ad essere un vulcano, un luogo di incontro di genti diverse e ricche di progetti. Ma soprattutto i militari inglesi e americani con le loro band portavano fra la gioventù un nuovo modo di vedere la musica e il divertimento. Teddy Reno naturalmente è un nome d’arte che nacque in quegli anni. Qual’è il suo vero nome?
Da bambino il mio nome era Ferruccio Merk, poi il cognome divenne Ricordi. Oggi sono Ferruccio Merk-Ricordi.
Perché questa mutazione?
Il fascismo decise, ancora prima di varare le leggi razziste del 1938, di italianizzare il cognome dei cittadini che portavano cognomi di origine non italiana. La famiglia di mio padre proveniva da un’antica stirpe dell’impero austroungarico. Da Merk il cognome fu tradotto in Ricordi. Mia madre, Paola Sanguinetti, veniva da una famiglia ebraica romana di industriali che possedevano le fabbriche di conserve alimentari Arrigoni, dove mio padre lavorava come direttore. Il cognome originario è tornato alla luce quando nel 1968 mi sono trasferito in Svizzera. Le autorità elvetiche hanno voluto vedere tutti i documenti e hanno cancellato gli effetti di quel provvedimento che negli anni Trenta ci aveva tolto il nostro vero cognome.
Lei da oltre quarant’anni risiede in svizzera. Perché?
Sono arrivato in Svizzera mentre infuriavano le polemiche per la mia relazione con Rita Pavone. Lei era molto più giovane di me e io ero già sposato. Volevo sposarmi nuovamente con Rita e a Lugano è stato possibile. Da allora ci siamo fermati in Canton Ticino, un luogo pieno di fascino e di tranquillità, solo a un passo dal confine con l’Italia. Qui sono nati i nostri figli Alex, giornalista radiofonico alla Radio della Svizzera italiana e Giorgio, musicista (dal matrimonio con la mia prima moglie Vania Protti era nato precedentemente l’altro mio figlio, l’attore e regista Franco Ricordi).
E Teddy Reno?
Teddy Reno è nato quando dopo la guerra ho cominciato a cantare nei locali e a Radio Trieste. Avevo ormai deciso di fare il cantante e il musicista. Ma la vera svolta è stata quando sono riuscito a convincere Lelio Luttazzi a venire a Milano con me per fondare assieme una casa discografica. Lo conoscevo appena e lui mi rispose semplicemente: “Sì, andemo”. Era il 1947, avevamo appena vent’anni e tutti ci presero per matti.
E a Milano come andò?
Quando prendemmo un ufficio nella mitica Galleria del Corso, dove avevano sede tutte le case musicali di allora, credevano che fossimo due ragazzini allo sbaraglio. Ma la Compagnia Generale del Disco che avevo fondato con pochi accorgimenti divenne in breve uno dei protagonisti del mercato discografico italiano. Mi aiutò lo spirito imprenditoimprenditoriale ereditato dalla famiglia e anche una certa attenzione per quello che avveniva oltre le frontiere. Quando i dazi tenevano ferme anche per anni le novità discografiche americane noi eravamo rapidissimi a lanciare l’edizione pubblicata in Italia delle stesse canzoni. Cui aggiungevamo composizioni nostre e di nostri amici e repertorio tradizionale italiano.
Com’era l’industria musicale di allora?
Fra il 1948 e il 1961 mi sono affermato come interprete del genere confidenziale con canzoni di grande successo come Addormentarmi così, Trieste mia, Muleta mia, Aggio perduto o’ suonno, Accarezzame, Na voce na chitarra e o’ poco e’ luna, Chella lla, Piccolissima serenata. Nacquero nuove amicizie, alleanze con personaggi straordinari, come l’imprenditore musicale di origine ungherese Ladislao Sugar e innumerevoli altri protagonisti di allora. Mia madre, sulle prime disperata di avere un figlio cantante di musica leggera, fu infine conquistata dalla fama che mi ero guadagnato e a un certo punto l’ho colta vantarsi con qualche amica: “Sono la mamma di Teddy Reno”.
Oltre ai successi personali e in seguito a quello, travolgente, di Rita Pavone lanciata da un concorso per voci nuove inventato da Teddy Reno, lei ha messo assieme una folgorante carriera di attore, di showman radiofonico e televisivo concentrandosi infine sulla sua sulla capacità di scoprire i talenti dei più giovani. Una passione che dura ancora oggi. Sia Rita che io stiamo organizzando iniziative che rilancino la canzone italiana. Fra pochi giorni, all’inizio di maggio, in migliaia di scuole italiane prende avvio la Festa di Gian Burrasca. Io sto lavorando anche su “Forza canzone d’Italia nel mondo”, un tour di 20 capitali mondiali per trovare nel mondo dei milioni di italiani che vivono all’estero l’ispirazione che faccia rinascere la grande musica leggera italiana.
La musica italiana è in crisi?
Chi si trova all’estero e accende una radio può facilmente constatare che oltre il 90 per cento della musica italiana trasmessa risale a molti anni fa. Evidentemente abbiamo perso terreno. Alla soglia degli 85 anni, ha ancora voglia di cantare?
 
Altro che. Anzi, non so come, ma mi sembra che mi sia anche migliorata la voce.
E alla festa del Libro ebraico di Ferrara, dove il 9 maggio è ospite d’onore assieme all’attore Arnoldo Foà, canterà?
Se mi hanno invitato forse se l’aspettano. Cantare mi ha salvato la vita, mi ha aiutato a superare gli anni difficili della mia gioventù, mi ha regalato il successo. Perché mai dovrei farne a meno?

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, maggio 2011



Arnoldo Foà: “Siamo tutti uguali, anche se abbiamo pensieri differenti”

foaSulla scena, fra le centinaia di personaggi cui ha dato voce e vita, non si è fatto problemi a vestire le sottane di quattro diversi pontefici. “E non è tutto – ricorda divertito – perché una volta mi è toccato dare voce persino al Creatore. Per un ateo mi sembra una bella soddisfazione”. Ad ascoltarla, sulla soglia del suo novantacinquesimo compleanno, quella voce calda, profonda che ha fatto rabbrividire e commuovere intere generazioni di italiani, quella voce che ha lanciato dai microfoni della radio Alleata di Napoli il segnale della riscossa e della liberazione, quella voce che per tutti ha significato magistrale recitazione, profondità, silenzio, poesia, quella voce che ha attraversato un secolo non è appannata. L’immancabile pipa non l’ha irruvidita, gli anni non l’hanno incrinata. Fra nuovi progetti di lavoro e qualche momento di riposo, ci aspetta nel suo appartamento romano, accogliente ma per nulla pretenzioso, ornato delle sue multiformi creazioni, disegni, dipinti, sculture, ricordi del lavoro di attore e degli innumerevoli viaggi che hanno accompagnato un’esistenza segnata dall’irrequietudine. Accanto ad Annamaria, che ama teneramente ricambiato, Arnoldo Foà non può fare a meno di cedere al vecchio vizio e di restare perennemente sotto i riflettori. Fissa la punta delle scarpe di Giorgio Albertini che cerca di ritrarlo e lo stuzzica, tenta l’impossibile, cercando di fargli perdere la pazienza (“Accidenti, che piedi grandi che ha lei...”). Giorgio ride e non ci casca, lo lascia sbirciare volentieri nel blocco di appunti dove allinea uno dopo l’altro non solo i tratti, ma anche i pensieri, le anime degli intervistati di questi primi numeri di Pagine Ebraiche. “Ah, lei disegna. Anch’io lo faccio, sa? Guardi qui, questo è mio fratello Piero, che le pare? Quanto l’ho amato questo mio fratello...”. Ora che Piero non c’è più, che decine di colleghi, amici appassionati e tanta parte del suo pubblico se ne sono andati in punta di piedi, Arnoldo Foà porta il peso immenso dei grandi vecchi che hanno amato troppo la vita. Migliaia di ore sul palcoscenico, tanti amori, quattro matrimoni, l’affetto di milioni di italiani che hanno amato la sua voce e la sua arte, un’identità ebraica contraddittoria, difficile e combattuta, ma mai negata, sempre portata a testa alta, con fierezza, come spesso avviene agli ebrei italiani.
Negli scorsi giorni ha regalato al lettore italiano un libro di memorie (Autobiografia di un artista burbero, Sellerio, 212 pagg). E’ venuto il momento di quietarsi, di tirare i remi in barca, di concedersi un momento di riposo?
Mah, veramente sarebbe il caso di rimettersi a fare le valigie.
Verso dove?
Verso l’America, questa volta, per un viaggio che dovrebbe portarmi da New York, a Washington a Miami per raccontare alla gente di un italiano che sulle due sponde dell’Oceano è stato molto amato.
A chi si riferisce?
Questa primavera vorrei ancora una volta dare voce ad Arturo Toscanini, portando negli Usa il testo che al grande direttore d’orchestra ha dedicato lo storico Piero Melograni (Toscanini, la vita, le passioni, la musica). E’ un monologo lungo e fisicamente molto impegnativo, uno sforzo mnemonico non indifferente... Per un artista è una bellissima sfida. Soprattutto per uno come me, che ha sempre molto amato la musica e la libertà.
Insomma, ha voglia di partire.
Sì, e quando ho voglia di fare una cosa, se posso la faccio. Tutto qui.
Torniamo indietro nel tempo. La sua identità di ebreo italiano, quando ha cominciato a percepirla?
Me l’hanno gettata addosso le leggi razziste del 1938, così come a molti altri. Ero giovane, e noi eravamo come tanti altri: dei cittadini come tanti altri. Quando sono stato costretto a lasciare l’Accademia d’arte drammatica ho capito che le cose non stavano così.
Cosa la colpì di più, allora? La privazione dei diritti, la negazione di un’eredità ancestrale? L’odio razzista?
Quello che mi impressionò molto, per la verità, fu l’enorme divario fra quello che dicevano le leggi discriminatorie e la realtà quotidiana. Restai amico delle stesse persone, continuai a coltivare gli stessi affetti. E la gente comune fece molto per non dare peso a qualcosa che sembrava del tutto incomprensibile. La gente che conoscevo non era razzista, e questa storia la chiamavamo una stronzata. Così, nonostante le continue ingiustizie e l’arte d’arrangiarsi per continuare e studiare e lavorare, la vita è andata avanti, bene o male.
E il rapporto con suo fratello?
Piero ha avuto la capacità di essere sempre molto più ispirato e religioso di me. Non abbiamo mai affrontato in un confronto diretto le nostre due diverse sensibilità. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, l’ho tanto amato. Ho sofferto molto quando è morto, e i ritratti che gli ho dedicato li tengo sempre davanti a me.
Cosa ha imparato da quell’esperienza e dagli anni della guerra?
Che tutti gli uomini sono uguali, anche se hanno pensieri differenti. Questa casa è piena di ricordi, e di libri.
Lei non ha perso la voglia di leggere. Cosa tiene aperto sul tavolo in questo momento?
Le mie memorie, perché voglio continuare a sapere chi sono. Ho milioni di ricordi, tanti che qualche volta non te li ricordi più.
E basta?
No, certo, c’è dell’altro. Cervantes, ma soprattutto i poeti, tutti i poeti che ho amato leggere nella mia vita di uomo e di attore, quelli cui ho cercato di dare voce e di cui ho realizzato delle registrazioni nella speranza che il loro messaggio fosse ascoltato da tanta gente.
Quali sono i poeti che porta sempre con sé?
Anche solo Leopardi, tanto per cominciare, e per citare un solo nome di cui oggi si parla poco ma che non mi ha mai lasciato solo.
E a teatro, ci va ancora?
Mica tanto. Forse perché sono diventato vecchio, ma non sono più capace di vedere tante cose interessanti. I mostri sacri di un tempo che hanno calcato la scena assieme a lei, non hanno avuto eredi? Non so, non è facile rispondere. Temo di no. Ho visto da vicino tanti colleghi di valore, ora non ritrovo quella dimensione sulla scena italiana.
Sente ancora la presenza dei suoi colleghi accanto a lei?
Molti erano dei prodigi di bravura e di professionalità. E continuo a sentirli come fossero ancora vivi. Tanti nomi che dal mio personale teatro non usciranno mai.
Uno fra tutti?
Vittorio Gassman, per esempio, era certamente qualcuno. Anche se credo abbia sofferto di essere sempre, immancabilmente, troppo se stesso.
Lei ha amato molte donne e vive ora, nonostante gli anni, una quarta, appassionata unione.
Vorrei essere così bravo e così coraggioso da imporre il nome di Annamaria alla storia d’Italia, come l’Anita di Garibaldi, o nella letteratura come la Beatrice di Dante, la Laura del Petrarca, la Fiammetta del Boccaccio. Sono continuamente combattuto dal dubbio che sia la sua straordinaria dedizione a legarmi così intensamente a lei, o il mio amore per lei, a prescindere dalla sua dedizione. Passo da una convinzione all’altra in continuazione, finché la tenerezza reciproca, le risate che ci facciamo per gli stessi motivi, anche quelli stupidi (sono importanti quelli stupidi, perché sono quelli più sinceri), e il fatto che non resti in noi alcuna traccia di rancore dopo un inevitabile scontro di opinione o di comportamento, non mi convincono della realtà del mio sentimento per lei. La differenza di più di quarant’anni fra noi non esiste: o la sua età mi ha ringiovanito o io ho fatto crescere lei. Grazie, questo non è teatro, ma il suo modo di amare e di intendere la vita. L’ultima domanda cade in un silenzio. Alla considerazione finale dell’intervistatore, le regole vogliono segua una risposta conclusiva. Ma questa volta la voce di Arnoldo Foà ha circondato di silenzio uno sguardo intenso, un silenzio eloquente che non è facile da raccontare al lettore. Ci siamo congedati con un sorriso.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, marzo 2010

torna su ˄
pilpul
Elogio del libro
Donatella Di CesareCiascuno ha un rapporto personale con i libri. E un libro si rivela solo a chi, accogliendolo, trova ospitalità nelle sue pagine. E lo scrittore, che ci presta le sue parole, ha preso a prestito il suo volto dalla lingua.
La nostra vita è un lungo testo enigmatico. Tentiamo di interpretarlo giorno per giorno, pagina per pagina. I libri ci aiutano. Percorrendo un libro leggiamo solo quel poco che contiene della nostra vita. Il nostro passato si dibatte nel passato immemoriale del libro, nel suo «diceva». Le nostre parole sono così ancorate nei recessi della memoria, da rischiare di svanire; è necessario rileggerle scandite da un’altra voce. Perciò ogni libro, mentre si sforza di entrare nel secolo, è fuori dal tempo.

Donatella Di Cesare, filosofa

torna su ˄
notizie flash   rassegna stampa
A Sorgente di Vita continua
lo speciale dedicato al Decalogo 
  Leggi la rassegna


Nella puntata di Sorgente di vita di questa sera continua la serie dedicata al decalogo, con la lettura del testo biblico affidata all’attore Paolo Ferrari e il commento a più voci che varia di volta in volta. Sul  quarto  Comandamento, “Ricorda di rispettare il sabato”  intervengono il rabbino Benedetto Carucci Viterbi e Fausto Bertinotti.
»


 
torna su ˄
linee
Pagine Ebraiche 
è il giornale dell'ebraismo italiano
ucei
linee
Dafdaf
Dafdaf
  è il giornale ebraico per bambini
L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it  Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.