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L'Unione informa
 
    18 agosto 2010 - 8 Elul 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  locci Adolfo Locci,
rabbino capo
di Padova
Lo scorso shabbat abbiamo letto nella Torah questo verso: "dovrai essere integro nei confronti dell'Eterno tuo Dio" (Deuteronomio 18:13). Rabbì Bachya ben Yosef ibn Paquda (prima metà XI secolo) intende questo imperativo come la ricerca di quell'equilibrio/armonia tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo, necessario affinché le nostre azioni non contraddicano le nostre parole. Un invito per tutti, indistintamente, da cogliere specialmente in questo periodo di preparazione alla Teshuvah che, mi auguro, ognuno di noi intraprenda seriamente.
Secondo l’Ufficio israeliano di statistica, la crescita dell’economia nazionale nel secondo trimestre del 2010 è stata del 4.7 per cento, mentre nel precedente era solo del 3.6 per cento. I consumi privati sono aumentati del 6 per cento nel primo semestre di quest’anno e il pil è aumentato del 4 per cento nello stesso periodo. Insomma buone notizie sull’economia israeliana. I complimenti vanno anzitutto a Stanley Fischer, il governatore della Banca d’Israele, che ha mantenuto a lungo un tasso di sconto molto basso facilitando così la ripresa anche in un periodo di crisi mondiale. Per i 100 esportatori principali il livello delle loro esportazioni è tuttora del 10 per cento inferiore ai record stabiliti prima della crisi. Secondo i critici il ministro del Tesoro Steinitz ha ceduto alle richieste dei haredim (ultra-religiosi) che continueranno a ricevere sovvenzioni anche secondo il prossimo bilancio di previsione. Ma c’è anche un risvolto della medaglia. La moneta israeliana, lo shekel, è troppo forte rispetto all’euro e al dollaro e ciò costituisce un ostacolo alle esportazioni.
Sergio
Minerbi, diplomatico
Sergio Minerbi  
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  Francesco Cossiga (1928-2010)
Il ricordo degli ebrei italiani. E un nodo da sciogliere


CossigaMolti gli attestati di stima e di partecipazione al dolore provenienti dal mondo ebraico per la morte del senatore a vita  ed ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Stamane alla Camera ardente erano attesi fra gli altri il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e il rabbino capo di Roma Riccardo di Segni,.
Lo stesso Rav Di Segni, ricordando la figura di Cossiga ha voluto raccontare un aneddoto curioso: “Quando stavo per essere nominato rabbino capo Cossiga mi chiamò al telefono. Con il suo inconfondibile accento mi consigliò di accettare l’incarico ma di non abbandonare la professione di medico. È un consiglio che ho seguito”.
Il Rav ha anche sottolineato la grande disponibilità data da Cossiga negli ultimi anni, le sue frequenti telefonate nel corso delle quali “testimoniava il suo dissenso e la sua solidarietà su fatti di antisemitismo, ma anche su dichiarazioni di esponenti politici riguardo Israele e le questioni mediorientali E qualche volta anche quando erano dichiarazioni di istituzioni e uomini della Chiesa. Ci teneva a farmelo sapere”.
Attestati di stima anche da Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, che di Cossiga ricorda “l'amicizia e la grande vicinanza agli ebrei, alla cultura ebraica e allo stato di Israele di cui era un profondo conoscitore”. Gattegna ribadisce la partecipazione personale al dolore dei familiari. “In diverse occasioni di incontro - spiega il presidente UCEI - abbiamo potuto apprezzare quanto fossero profondi e radicati in tutto il nucleo familiare i principi costituzionali di libertà, di democrazia e di categorico rifiuto di ogni forma di discriminazione”.
Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo aver ripercorso il legame costruito da Cossiga in ogni fase della sua vita politica con i leader ebraici italiani (“era un uomo prossimo al mondo ebraico non solo per scelta politica ma anche come uomo di fede”), mette l’accento su un nodo sanguinoso ancora da sciogliere: “Cossiga ci lascia dopo aver rivelato una vicenda per noi molto importante quanto dolorosa. Quella che legava il terrorismo palestinese dell'Olp allo stato italiano negli anni Settanta e Ottanta, il cosiddetto lodo Moro, ovvero l'immunità goduta dall'Olp in Italia in cambio del mancato ricorso ad azioni terroristiche sul suolo nazionale. Vicenda che, come la storia ci insegna, non trovò applicazione da parte della stessa Olp in Europa e in Italia, dove ci furono gli attentati al Caffè de Paris, all'aeroporto di Fiumicino, alla nave Achille Lauro e soprattutto alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 con l’uccisione del piccolo Stefano Tache”. Per questo motivo, conclude Pacifici, “auspichiamo che i complici di allora diano risposte alle rivelazioni dell'amico Francesco Cossiga”.
Verità scottanti che erano emerse solo nell’ottobre del 2008, nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata da Cossiga al giornalista Menachem Gantz del quotidiano israeliano Yediot Aharonot. In quella circostanza Cossiga aveva spiegato che in cambio di una mano libera in Italia, “i palestinesi avevano assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. “Per evitare problemi - si legge nell'intervista - l’Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita. Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi”.
Poi un’altra dichiarazione choc del Picconatore: “Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hezbollah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”. Cossiga viene a conoscenza di questi intricati legami con il terrorismo palestinese quando è nominato ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora mi fecero sapere - afferma spalancando un cassetto fino ad allora sigillato - che gli uomini dell'OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all'artiglieria pesante e ad accontentarsi di armi leggere”. Qualche anno più tardi, quando Cossiga diventa presidente del Consiglio, l’accordo tra Stato e terroristi emerge con maggiore chiarezza: “Durante il mio mandato una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo. I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare”. Nel giro di alcuni giorni una sua fonte personale all'interno del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), che­ lui chiama “gola profonda”, passa al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. L’input è libanese: “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che, secondo l'accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”.
Su quella pagina buia e mai veramente approfondita era tornato proprio negli scorsi giorni uno dei commentatori del notiziario quotidiano dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che scrive coperto dallo psudonimo "Il Tizio della sera". Il suo pensiero, espresso in terza persona, ci fa ulteriormente riflettere su come il caso Moro sia un capitolo di storia italiana ancora poco conosciuto: “Scopre due anni dopo un’intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot che esisteva un cosiddetto accordo Moro, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l’Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall’equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne. Smette di leggere l’intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più”.

Valerio Mieli - Adam Smulevich




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Qui Livorno - Yair Didi, un rav di 33 anni per costruire il futuro

toaffYair Didi è un rabbino giovane, cordiale e sorridente. Ha 33 anni e viene da Beer Sheva, la capitale del Negev. Sulla scrivania del suo ufficio un libro scritto da un rav suo amico e compagno di studi che rivela i collegamenti mai troppo approfonditi tra ebraismo e progresso scientifico, su un tavolino accanto alla scrivania un Sefer Torah che si occupa di restaurare nelle pause tra i tanti impegni comunitari. Nel 2005, ad appena 28 anni (un record per l’ebraismo italiano e pare anche per quello europeo), Didi è nominato rabbino capo di Livorno, succedendo a uno dei rabbanim più amati dalle ultime generazioni di livornesi: rav Jehuda Kalon z.l. Curriculum di studi in alcune delle yeshivot più importanti di Israele tra cui la celebre yeshivat Kisseh Rahamim, si dice che a favore della sua nomina livornese si sia espresso (“almeno mi è stato detto così”) anche rav Shlomo Amar, massima guida spirituale sefardita di Eretz Israel. Rav Didi, che è sposato con una connazionale e ha tre figli, prima di trasferirsi in Italia abitava in un appartamento della Città vecchia di Gerusalemme situato a due passi da alcuni tra i luoghi più simbolici di Yerushalaim.
Il rav li elenca con piacere: “Avevo il muro in comune con la sala in cui si dice che si sia svolta l’Ultima cena, al piano di sopra si trovava la stanza in cui visse il primo presidente dello Stato di Israele Chaim Weizmann e pochi metri più in basso c’era la tomba di re David”. Passare dalla magia e spiritualità di Gerusalemme a una città fino a quel momento sconosciuta (unico contatto con il Belpaese è uno zio per trent’anni shochet a Roma) non è stato troppo difficile, spiega il giovane rabbino. 
“Livorno e la sua atmosfera calda e vivace mi sono piaciute al primo impatto”. Il merito è anche degli iscritti alla Comunità, “persone aperte e molto divertenti che hanno reso il mio ambientamento abbastanza facile”. Didi, diploma di shochet e di dayan in bella vista sul muro, non si lamenta della situazione attuale dell’ebraismo livornese: “Per fortuna abbiamo quasi tutto, con alimentazione kasher disponibile in vari punti della città e minian in sinagoga al lunedì e al giovedì. Non penso che molte Comunità se lo possano permettere”. Il rav vanta ottimi rapporti con il presidente Zarrough e con i ragazzi. Oltre a partecipare al progetto Moadon Gheulà e alle attività del Talmud Torah di cui ha la supervisione generale, ogni domenica tiene lezioni per un pubblico eterogeneo spesso composto da tanti non iscritti. Anche la famiglia è ben inserita nelle attività comunitarie: la moglie lavora come assistente sociale a un progetto per gli anziani patrocinato dall’UCEI e insieme al rav organizza frequenti viaggi in Israele. Viaggi all’insegna del dialogo, sottolinea rav Didi: le iscrizioni sono aperte sia a ebrei che a non ebrei.

Pagine Ebraiche, agosto 2010
 
 
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  I conti con la Storia

francesco lucreziIl giurista Antoine Garapon, nel suo libro Chiudere i conti con la storia. Colonizzazione, schiavitù, Shoah (Raffaello Cortina, 2009), e la storica Annette Wieviorka, in diversi contributi, fra cui, da ultima, un’intervista su Pagine Ebraiche dello scorso giugno 2009, hanno entrambi richiamato l’attenzione, con diverse argomentazioni, su una circostanza, a nostro avviso, di fondamentale importanza, ossia il fatto che la speranza della costruzione di una “memoria universale”, condivisa da tutti, fondata su valori ritenuti comuni, ha due precise date, di inizio e di fine, che sono il 1989 e il 2001.
Fino alla caduta del Muro di Berlino, infatti, ogni interpretazione della storia di tipo etico pareva destinata a confliggere, o a contrapporsi, con una valutazione ‘altra’ e ‘diversa’, separata dalla differente collocazione del soggetto pensante in uno dei due grandi campi ideologici (‘borghese’ e ‘socialista’, Occidente e Oriente ecc.) in cui l’umanità pareva irreversibilmente divisa.
L’inatteso crollo del comunismo, il “dio che ha fallito”, è sembrato sgombrare il terreno da tale artificiosa barriera, creando le premesse per un superamento delle visioni contrapposte della storia (Francis Fukuyama, in un famoso saggio, arrivò anzi a parlare di “fine della storia”) e spianando la strada, oltre che per la costruzione di un “futuro comune” dell’umanità, anche per l’elaborazione di un “passato comune”, all’insegna di un’idea condivisa del bene e del male.
Ma, come la storia non potrà mai finire, l’umanità non sarà mai disponibile a un’etica condivisa, non vorrà mai un futuro, e un passato comuni. L’undici settembre, da questo punto di vista, ha rappresentato un brusco risveglio, la “fine della fine della storia”.
Non è un caso se proprio nel breve periodo dell’illusione di un’etica “per tutta l’umanità”, tra il 1989 e il 2001, le commemorazioni e la didattica sulla Shoah hanno subito un grandissimo incremento, in tutto il mondo: cosa, infatti, sembrava prestarsi ad assolvere, con altrettanta forza e chiarezza, una emblematica funzione di esempio universale, per indicare all’umanità ciò che essa deve assolutamente combattere, se veramente aspira a essere, un giorno, unita?
Ma, meglio rassegnarsi, tale aspirazione non c’è, non c’era e non ci sarà. L’umanità ha tornato a mostrarsi, dopo l’undici settembre, come in realtà è sempre stata, e come vuole evidentemente restare: divisa. E il ricordo della Shoah ha ripreso a svolgere il suo ruolo di “simbolo per eccellenza”, ma in modo, appunto divisivo: custodito, da alcuni, come una sacra reliquia; da altri, negato, vilipeso o applaudito.

Francesco Lucrezi, storico


Ground Zero
E' sempre difficile confrontarsi tra due verità e/o ragioni. Tobia Zevi, nell'affermare che è un diritto per i musulmani americani avere quante moschee vogliono, e un dovere per Obama in quanto presidente di tutti gli americani soddisfare tali desideri, minimizza il punto essenziale di questa polemica. Premesso che trovo sterile e inutile voler polemizzare in questo contesto sugli "scantinati sporchi" in cui pregherebbero i musulmani italiani, faccio notare a Tobia, che nesuno, negli Stati Uniti, mette in discussione se è giusto o meno creare una moschea per permettere ai musulmani di pregare al suo interno, ma soltanto se è giusto e opportuno creare questa moschea a 200 metri dal luogo ove terroristi musulmani (permettetemi di ricordarvi un detto: se è vero che non tutti i musulmani sono kamikaze è pur vero che tutti i kamikaze sono musulmani) hanno fatto la più grande strage di civili nella storia degli Stati Uniti. Per quanto mi riguarda, ritengo che l'ubicazione scelta per la creazione di questa moschea sia una provocazione.
Settimio Di Porto
 
 
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La situazione sempre più tragica dell’Iraq, dove prosegue il ritiro americano (oggi ci sono solo 60 mila soldati americani, destinati a scendere a 50 mila entro la fine del mese) è al centro dei commenti di tutti i quotidiani. Dopo un 2009 durante il quale sembrava che la situazione stesse migliorando, il 2010 ci riporta ai periodi più neri di un Paese che non troverà pace fino all’apparire sulla scena politica di un nuovo uomo forte. Da chi questi sarà appoggiato è troppo presto per affermarlo. Oggi, situazione paradossale, come ci fa osservare il Foglio, gli USA sono di fatto alleati con al Qaeda: entrambi hanno interesse a non disturbare il ritiro americano. Intanto gli stragisti colpiscono la popolazione: 500 morti solo in luglio, già oltre 200 in questo inizio di agosto. I due cugini Zebari, di etnia curda, uno ministro degli Esteri, l’altro generale di Stato maggiore, riprendono le richieste già fatte da tanti iracheni (ricordiamo, tra questi, anche il prigioniero, ex ministro di Saddam, Aziz) che Obama riconsideri la sua decisione di ritiro in una situazione nella quale l’esercito iracheno non è affatto pronto a difendere il paese dalle potenze straniere.  Chi sembra trarre i maggiori vantaggi da questa situazione è l’Iran, unica vera potenza regionale. Perfino gli USA, oggi, non fanno più paura a nessuno e quindi non contano più nulla. Come osservano due diversi articoli di Avvenire (Camille Eid ed Elena Molinari), è interessante osservare che in Iraq gli interessi dell’Iran sembrano divergere da quelli dei suoi due importanti alleati, la Turchia e la Siria. Altro attentato, ma ben diverso, viene segnalato in Iran dove, secondo il sito israeliano Debka, sarebbe stato ucciso, nei giorni scorsi, Reza Buruni, il padre dei droni iraniani e personaggio chiave nell’apparato bellico del paese. Sembra davvero troppo presto per sapere chi possa aver organizzato questo attentato, anche se alcune testate, come il Sole 24 Ore, non esitano ad accusare gli USA che, coi loro satelliti, potevano tenere sotto costante controllo la ben custodita casa della vittima (e, ovviamente, si fa osservare che anche Israele dispone di satelliti utili allo scopo, e quindi va sospettato). Sul Corriere Battistini riporta l’annunciata vendita voluta dal braccio finanziario dell’università di Harvard di azioni, tutte israeliane, per 40 milioni di dollari. Boicottaggio? Forse sì, anche se ad Harvard, pure ben nota per le sue posizioni, lo si nega. Intanto i promotori palestinesi del boicottaggio esultano per aver ottenuto un nuovo successo, dopo aver portato dalla loro parte già tante istituzioni universitarie, tra le quali quelle di Roma, Bologna e Pisa. Opposta, ma non dissimile, la situazione dell’Università Ben Gurion di Beersheba dove troppi professori di estrema sinistra, anti-sionisti, rischiano di far perdere per le loro affermazioni i contributi vitali per il loro istituto. Michele Giorgio, sul Manifesto, accompagna a queste notizie sui boicottaggi universitari  anche quella dell’approvazione di una legge alla Knesset che impone alle ONG israeliane di rendere pubblici i finanziamenti ricevuti da governi e associazioni estere. Un palestinese ha tentato nuovamente di ottenere l’asilo politico da uno stato estero: dopo aver tentato in passato con la Gran Bretagna, questa volta è penetrato nell’ambasciata turca di Tel Aviv al cui interno è avvenuta anche una sparatoria: in un primo tempo agli israeliani è stato proibito qualsiasi intervento, salvo poi permettere l’accesso a personale paramedico israeliano per curare il palestinese rimasto ferito. Ancora presente, in molti quotidiani, la discussione sul Cordoba center che dovrebbe sorgere in prossimità di Ground Zero a New York: Alessadra Farkas sul Corriere osserva come, dopo un parziale passo indietro fatto da Obama, sempre più preoccupato per i sondaggi, molti democratici si dimostrano contrari al progetto, mentre alcuni repubblicani sono favorevoli. Sull’Herald Tribune viene poi illustrata e difesa la posizione di Feisal Abdul Rauf, sufista americano fautore di una “politica di amore più che di giudizio”. Il sufismo rappresenta, per la testata americana, a differenza del wahabismo, il nuovo testamento dell’Islam, e infatti sarebbe spesso colpito da attentati in MO. Non conosco a fondo questa realtà del mondo islamico e non escludo che il sufismo possa anche annoverare, al suo interno, potenziali alleati dell’Occidente, ma nell’articolo non vi è alcuna traccia delle considerazioni di opportunità sollevate dalla costruzione di questo centro islamico proprio in quel luogo, e neppure si dimostra che, una volta costruito, tale centro possa essere gestito da uomini di pace e non da pericolosi estremisti. La Stampa riporta in prima pagina un servizio sulla choccante politica adottata dal governo francese: l’espulsione dei Rom. Ma i problemi della sicurezza non si risolvono con la chiusura di alcuni campi nomadi. Bene fa Domenico Quirico a riportare le dichiarazioni di alcune personalità francesi che si oppongono al provvedimento: “la vicenda sta prendendo una piega ignobile;-  sono metodi che ricordano le retate della guerra”. Le dichiarazioni tranquillizzanti di alcuni ministri sembrano non considerare neppure che con le vigenti leggi europee (i Rom espulsi sono trasferiti in altri paesi europei come la Romania e la Bulgaria) gli espulsi rientreranno con estrema facilità sul suolo francese (o magari anche in altri paesi come l’Italia). Cinquantuno sarebbero i campi nomadi già chiusi, su un totale che si presume sarà di 600, e già 700 i nomadi espulsi (in aereo di linea! si affrettano a dichiarare le autorità, per sottolineare le differenze dai trasferimenti di tragica memoria). Sembra al sottoscritto che il problema simile affrontato da Israele, quello posto dai locali beduini, sia attualmente sotto controllo grazie a ben diversi metodi. Da ricordare ancora, tra gli articoli di oggi, l’intervista di De Giovannangeli su l’Unità a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, che illustra la totale mancanza di autorità dell’America di oggi a causa della politica di Obama; Caracciolo e De Giovannangeli non perdono l’occasione per dire che Netanyahu, pur non essendo amico di Obama, è visto dagli arabi come americano per la sua vicinanza ai repubblicani (ma da questi arabi non è visto piuttosto come nemico israeliano, ndr?), e che il probabile attacco israeliano alle centrali nucleari iraniane non risolverà il problema di Israele, ma anzi ne creerà di nuovi (e come al solito non si prende in nessuna considerazione la sicurezza degli israeliani, ndr). Infine, in piena atmosfera da ferragosto, Tramballi, sul Sole 24 Ore, parla del Libano che, nonostante le vicende politiche, continua ad arricchirsi; le spiagge si riempiono di ricchi signori che si godono le vacanze da nababbi in una Beirut che le nuove costruzioni stanno deturpando, mentre tutti cercano di prevedere quando e chi scatenerà la prossima guerra. Dopo ogni guerra poi si deve ricostruire ed i pochi ricchi (davvero pochi?) ne traggono ulteriore vantaggio; intanto Hezbollah, sempre più forte, rompe i vecchi equilibri che vorrebbero che nessuno possa mai essere troppo più potente degli altri signori.

Emanuel Segre Amar 

 
 
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Europei basket - Italia vince a Tel Aviv e riapre il girone              
Il risultato che non ti aspetti, l’orgoglio di un gruppo che memore dei fasti di un tempo non si rassegna a recitare il ruolo di brutta e malinconica cenerentola. La vittoria della nazionale italiana in Israele (76 a 81), nel quinto incontro di qualificazione agli Europei di basket del 2011, arriva inattesa e rimescola le carte in gioco: mentre Montenegro vince in Lettonia e prende il largo, la lotta per il secondo posto, che potrebbe essere sufficiente per l’accesso diretto alla massima rassegna continentale, si riapre. Il colpo esterno degli uomini di Pianigiani, guidati da uno spettacolare Andrea Bargnani (26 punti), gela pubblico e lunghi israeliani, troppo spreconi di fronte a un avversario sì decadente ma pur sempre nobile. A niente sono serviti i canestri di Casspi e Eliyahu: gli 11mila della Nokia Arena di Tel Aviv hanno lasciato lo stadio a testa bassa riponendo forse definitivamente nel cassetto i sogni di leadership. Azzurri più concentrati e quasi sempre davanti (fino a più 15), anche se nel finale i beniamini di casa hanno sfiorato una rimonta ormai insperata portandosi a meno tre e riscaldando la già incandescente atmosfera sugli spalti. Già, perché ieri sera il vero spettacolo di Israele è stato la sua tifoseria: biglietti sold out da alcuni giorni e torcida come sempre caldissima, più modesto invece lo show degli atleti sul parquet. Adesso per Israele il calendario prevede un turno di stop (in attesa del return match con la Finlandia di lunedì 23 agosto), mentre venerdì sera l’Italia si prepara ad ospitare la Lettonia nel primo spareggio qualificazione.
ISRAELE – ITALIA 76-81 (17-22, 39-48, 60-69)
ISRAELE: Bluthenthal 7, Casspi 20, Burstein 10, Eliyahy 19, Halperin 15, Limonad 3, Green 2
ITALIA: Mancinelli 9, Bargnani 26, Gigli 6, Belinelli 14, Maestranzi 11, Giachetti 5, Mordente 6, Crosariol 4
CLASSIFICA: Montenegro 8, Israele 6, Lettonia E Italia 4, Finlandia 2
*Finlandia una partita in meno

Iran - Generale avverte: “Siamo pronti a un attacco americano”

Teheran, 18 ago -

“Siamo pronti per un eventuale attacco militare degli Usa che vuole fermare il nostro programma nucleare”, così  il generale Ali Shadmani, responsabile del dipartimento per le operazioni del quartier generale della forze armate, citato oggi dal quotidiano Shargh avverte i Paesi che vogliono ostacolare i piani iraniani. "Se decidete di attaccarci, vi metteremo in ginocchio in tre mosse", ha affermato. "La prima - ha proseguito - sarà di chiudere lo Stretto di Hormuz, la seconda di prendere in ostaggio le forze americane in Afghanistan e Iraq, la terza di non lasciare pace a Israele, che è il cortile degli Stati Uniti. E questo lo abbiamo già provato agli Americani". Gli Usa e Israele non hanno escluso il ricorso a un attacco contro le installazioni nucleari in Iran, ma le autorità di Teheran continuano a ripetere che non credono a una tale evenienza.
 
 
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